Gli Spaccia Lezioni

Escogito Ergo Sum

Recensione a “Il pappagallo di Flaubert” di Julian Barnes, a cura di Cristina Biolcati


9ecb4564162c15016926c13f9b29e4e0A trent’anni dalla prima uscita, Einaudi pubblica nella collana Supercoralli il capolavoro che ha accolto Julian Barnes fra i grandi della letteratura, con una nuova traduzione di Susanna Basso. “Il pappagallo di Flaubert” è un romanzo del 1984, considerato nella selezione finale del Booker Prize di quello stesso anno. L’autore, nato a Leicester (Regno Unito), è giornalista e critico televisivo, ed ha vinto l’ambito premio nel 2011 con “Il senso di una fine”.

Questa nuova edizione del 2014 si presenta molto curata nei particolari e con una copertina accattivante.

Julian Barnes ci intrattiene per più di 200 pagine con l’espediente del “rinvio letterario”, poiché soltanto alla fine affiorerà la vera storia dell’io narrante. “Il pappagallo di Flaubert in realtà è la rielaborazione di un lutto; sono parole che tardano ad arrivare perché troppo dolorose. Il protagonista, temporeggiando con la vita e gli aneddoti più curiosi del grande scrittore francese Gustave Flaubert (1821- 1880), rimanda il più possibile il momento in cui parlerà di sé e della morte della moglie, presenza-assenza di cui tutto il romanzo è intriso.

Geoffrey Braithwaite è un medico inglese sulla sessantina, vedovo ormai da anni, che intraprende un viaggio in Normandia sulle tracce del suo scrittore preferito: Gustave Flaubert. Una sorta di pellegrinaggio in cerca di alcune verità sull’autore di “Madame Bovary”. Perché su Flaubert ne sono state dette tante, di amori e vizi, arrivando a mettere in secondo piano la grandezza del suo genio.

A tal proposito, leggendo questo libro si giunge a conoscenza di molte curiosità sulla vita di Flaubert che i banchi di scuola ci avevano precluso. Il susseguirsi interminabile di lutti familiari; gli amori mai legittimi e spesso platonici; il “bestiario” al quale Flaubert faceva riferimento di continuo, reputandosi talvolta un orso al quale piace isolarsi dalla società, altre un leone, in riferimento alla propria audacia.

E non a caso, protagonista silente di questa storia è proprio un animale: un pappagallo impagliato, custodito nel museo di Rouen. Braithwaite s’imbatte in questo oggetto inanimato, che avrebbe ispirato a Flaubert la stesura di “Un coeur simple”. Forse proprio quella Loulou che Félicité, la protagonista ormai morente, nelle ultime pagine trasforma in una visione mistica. Braithwaite si lancia quindi alla ricerca della verità. Sarà proprio quello il pappagallo imbalsamato che stava sulla scrivania di Flaubert? O sarà invece l’ennesima leggenda metropolitana?

Ma ad ogni nuovo tassello conquistato, la realtà sembra allontanarsi, quasi non ci fosse modo di trovare un accordo e distanziarsi dalla fantasia.

Fino a quando, soltanto alla fine, affiorerà la vera storia di Geoffrey Braithwaite, intrecciata alle invenzioni della letteratura.

In sostanza, l’autore ha unito la biografia di Gustave Flaubert al romanzo, strutturato sulla vita di questo narratore, Geoffrey Braithwaite, creato ad hoc.

Lo stile dell’opera è elegante e la sua prosa piacevole. Gli aneddoti su Flaubert sono molto interessanti e permettono di approfondire la conoscenza di questo autore, rimasto “imbrigliato”, nell’immaginario collettivo, alla frase “Madame Bovary c’est moi!”. Infatti, anch’egli stesso ha lamentato di essere sempre stato citato, in maniera ossessiva, in relazione a questo componimento narrativo, come se poi non avesse scritto più altro.

Se pensavate di leggere un romanzo, puro e semplice, così non è, perché la biografia di Gustave Flaubert ricopre tanta parte dell’opera. I concetti sono trattati come fosse un libro monografico sull’autore. Questo è un bene, perché entrano in testa facilmente, ma è anche un male, perché a lungo andare il testo risulta un po’ ripetitivo. Questo è l’unico lato negativo dell’opera, che forse avrebbe potuto essere compendiata.

E per concludere, vi lascio una citazione che mi ha molto colpito.

“Perché mai la scrittura ci porta a dar la caccia agli scrittori? Perché non li lasciamo in pace? Non ci bastano i libri? Flaubert voleva proprio questo: pochi scrittori hanno creduto più di lui nell’oggettività del testo e nell’irrilevanza della personalità dell’autore. Ciononostante, disubbidienti, lo perseguitiamo”.

Ebbene sì, per Flaubert che credeva nell’oggettività della scrittura, e che non aveva nemmeno definito un preciso colore per gli occhi di Emma – affermava che erano marroni, talvolta neri e qualche rara volta azzurri -, questo libro non deve avere rispettato la sua volontà. Ma se così non fosse, non avremmo mai avuto modo di approfondire la sua conoscenza.

Non tutto il male, quindi, viene per nuocere.

Cristina Biolcati

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Conservare In Frigo

le cose buone che mi capitano

Marilena in the kitchen "old fashioned recipes"

"In ogni piatto c'è sempre un ingrediente unico ed irripetibile, frutto della tua energia, delle tue emozioni"(Marilena)

Mela Kiwi Limone

piccole pillole quotidiane

Photoworlder

Il mio scopo principale è viaggiare, eternamente nomade.

Håkan Östlundhs blogg

Om och av författaren Håkan Östlundh

Fuoco di Prometeo

Il MISTERO a portata di mano!

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: