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Escogito Ergo Sum

“Non startene al vento” – Racconto di Stella Stollo


Pietrogrado – gennaio 1920

Prendo la teiera dal samovar e mi verso il tè, le mani mi tremano e qualche goccia rimbalza fuori dalla tazza. Aggiungo dell’acqua calda, continuo a tremare. Senza bere neanche un sorso, abbandono la tazza sul tavolo accanto al vassoio con le crêpes. Mi allontano e guardo disgustata le gonfie frittelle che Volodja mi ha preparato prima di uscire. Ho la gola chiusa e respiro a fatica; vicino al vassoio giace il biglietto ancora sigillato.

«Anna, c’è un telegramma» mi ha urlato, ero ancora a letto.

«Te lo lascio sul tavolo, in cucina» l’ho sentito bofonchiare mentre si infilava i copristivali nell’ingresso.

«Viene da Parigi. I telegrammi portano sempre notizie funeste». Sono state le parole soddisfatte con cui si è congedato.

sfondi-paesaggio-invernalePasso nel salotto e, boccheggiando, arranco incontro alla finestra che dà sulla Fontanka. Attraverso i vetri la pace mi avvolge col suo manto bianco e il nodo alla gola quasi si scioglie, tiro due lunghi respiri. Sarà per questo, sarà perché ha pensato a un annuncio di morte che non ha aperto e bruciato il telegramma. Di solito lo fa con le mie lettere, rapito da una furiosa gelosia.

C’è una lieve tempesta di neve, ma la mattina appare calma e silenziosa. I fiocchi che volteggiano mi fanno pensare alle foglie gialle agitate dal vento nel sogno di stanotte, e mi sento di nuovo soffocare. Tu eri lì, in piedi accanto alla tomba di Verlaine, intorno al sepolcro erano cresciuti alcuni fiori dalle corolle chiare. Il sentore umido dell’autunno mi ha subito riempito le narici e la gola. Te ne stavi fermo, con i tuoi eleganti vestiti e i ricci scuri sopra il sorriso luminoso. Mi hai fissata con tutta la tenerezza di cui sei capace, poi il tuo sguardo si è spostato più lontano, alla mia destra.

Voltandomi ho visto sfilare quattro uomini abbigliati a festa che trasportavano una bara.

«Sai chi è morto?» mi hai chiesto con amorosa compassione. Mi sono accesa di desiderio mentre parlavi, la nostalgia di te è divampata dal cuore alle viscere.

«Sì, lo so» ti ho risposto. «È morta la libertà».

Alle mie parole si è alzato un vento che ha fatto ondeggiare i fiori intorno alla tomba, il foulard a righe ti svolazzava intorno al collo, e una tempesta di foglie ha tinto l’aria di giallo, trasportando il tuo odore insieme a quello dell’autunno. Ho iniziato ad avvicinarmi, col cuore tremante di passione. Ma tu, bellissimo e freddo come Antinoo scolpito nel marmo, con un cenno della mano mi hai respinta.

«Addio! Non startene al vento».

Il cuore batteva e tremava,

I pallidi fiori dondolavano la corolla,

di nuovo sognavo quella lontana libertà quel paese dove sono stata con te.

Mi volto di scatto e vado verso il sofà. Se mi vedessi ora, aggirarmi inquieta come un animale in gabbia! Confinata tra queste quattro stanze dorate e dominata da due despoti: il governo sovietico, che mi costringe al silenzio e all’inattività, e il mio secondo marito che mi stritola l’anima. Lui, Vladimir Silejko, è talmente bravo che i rivoluzionari non hanno potuto disconoscere le sue doti di intellettuale. Gli è stato trovato un incarico e consentito di abitare in un’ala di questo lussuoso palazzo, confiscato alla famiglia nobile per la quale un tempo lavorava. Io no, non ho più diritto a nulla: né a un alloggio né a un incarico; di conseguenza neanche alle razioni alimentari che vengono dispensate nei posti di lavoro. E per non morire di freddo e di fame me ne sto qui, muta e asservita ai bolscevichi, carnalmente fedele a un unico uomo. Ho barattato la mia libertà di parola e di passione con un tetto per ripararmi e con le crêpes di Volodja per riempirmi lo stomaco. È un brav’uomo, la gelosia lo abbrutisce. Per fortuna non vi siete mai conosciuti. Se ci fosse stato lui a Parigi con me, vi sareste azzuffati a sangue.

Parigi – aprile 1910

La capitale del mondo mi accolse con un tepore che mai in vita mia avevo sperimentato nel mese di aprile. Arrivai intrisa di poesia fino al midollo, con il cuore che cantava     ora l’angoscia di Baudelaire, ora la pungente malinconia di Verlaine o il disperato tormento di Mallarmé. Ma mi accorsi subito che, insieme con l’odore intenso e   pungente delle fioriture primaverili, circolava nell’aria calda un ancor più inebriante profumo di ottimismo, euforia e voglia di svago. La mia indole malinconica si lasciò sfiorare e accarezzare   da tanta allegria, preservando però quella dose di distacco dal lusso e dai lustrini che mi sottraeva a un’eccessiva distrazione e salvaguardava la mia poetica intimità col mondo reale, concedendomi di godere l’azzurro intenso delle giornate e l’oro di notti straordinariamente stellate. Gradualmente venivo introdotta da Nikolaj nei circoli dei letterati e nei ritrovi degli intellettuali e degli artisti; dopo una settimana dall’arrivo a Parigi avevo già incontrato, tra gli altri, il poeta Apollinaire, Max Jacob, Braque e Picasso. Da uno di questi giunse l’invito per una serata preannunciata come “memorabile”. In effetti, non appena incontrai i tuoi occhi, ci misi poco a capire che non avrei dimenticato.

La sala era piuttosto affollata, tutti gli artisti di Montparnasse sembravano riuniti lì, con le loro compagne, gli amici, le modelle. L’ambiente era fumoso e l’alcool scorreva; nonostante il chiasso delle conversazioni quasi coprisse la musica, parecchi avevano iniziato a ballare. La mia attenzione fu presto catturata da un gruppetto piuttosto vivace, due uomini che parlavano e un semicerchio di ragazze intorno, le quali, mi accorsi, non avevano occhi che per te. Mi colpì subito la tua eleganza, nell’abbigliamento e nell’aspetto, con una mano tenevi un calice ormai vuoto, con l’altra tracciavi affascinanti disegni nell’aria per illustrare le tue parole. Non molto alto, apparivi longilineo col tuo corpo snello, la cui bellezza era esaltata da un completo di velluto nero. Cercai di avvicinarmi di soppiatto, spiando i movimenti delle labbra da statua greca, desiderosa di carpire il suono della tua voce. Improvvisamente ti sei accorto di me, ma non ho avuto il coraggio di sostenere il tuo sguardo. Ho pensato a quanto dovevi trovarmi buffa, così diversa dalle amiche che ti circondavano. Tutte abbigliate all’ultima moda, con quelle splendide gonne del sarto Poiret, affusolate e corte alla caviglia, oppure con sgargianti pantaloni da harem ricamati di lustrini. Anch’io, su consiglio di Nikolaj mi ero messa dei pantaloni da odalisca, ma di una liscia seta rosso scuro, e sopra non portavo uno di quei corsetti dalla scollatura rotonda e profondissima, piuttosto una candida camicetta abbottonata fino al collo. Sentendo che continuavi a fissarmi, ho avuto paura che mi rivolgessi la parola, allora mi sono voltata e sono rimasta immobile, sognando di scomparire. Mi sei scivolato accanto, quasi sfiorandomi, e ti sei diretto verso il tavolo dei vini. Poi, invece di tornare dai tuoi amici, sei venuto da me.

«Bevete, signorina!» hai esclamato con un accento non proprio francese. «È proibito stare qui senza bere».

Ho accettato il bicchiere e finalmente sono riuscita a sostenere il tuo sguardo, nei tuoi occhi ho letto una gentilezza d’animo che mi ha turbata nell’intimo.

«Bei capelli, davvero» hai detto serio, fissando la mia frangetta corta e composta. «Più scuri del velo con cui li celate».

Sono arrossita. Anche l’acconciatura mi estraniava dalle altre donne della sala. Tutte con i capelli arricciati dal ferro e arroccati sul capo in complicate costruzioni, tenute ferme da eleganti fermagli. Alcune odalische più audaci, sfoggiavano colorati turbanti. Io avevo raccolto i miei capelli, neri e liscissimi, in un semplice chignon ricoperto da un velo blu notte che mi scendeva sopra le braccia.

«Siete nuova di Parigi?»

«Sono qui da una settimana».

«Ah, allora avrete visitato i soliti luoghi riservati agli stranieri! Dovete assolutamente vedere la città autentica. Ma vi occorre una guida! Sarebbe un peccato lasciarvi andare in giro per Parigi, tutta sola». Non hai fatto in tempo a terminare la frase che già i tuoi occhi ridevano, consapevoli della gaffe. «Sono uno scemo! Non siete sola, vero?»

«Direi di no. Sono a Parigi in luna di miele… Sono con mio marito. Ovviamente!» e questa volta scoppiammo a ridere tutti e due. Anche la tua risata mi piacque, profonda ed eloquente come lo sguardo.

Proprio in quel momento si è avvicinato Nikolaj e ti ha salutato con cortesia, mi sono sentita in dovere di fare le presentazioni.

«Nikolaj Gumilëv, poeta e fondatore dell’acmeismo russo».

«Molto lieto. Amedeo Modigliani, quasi pittore con una incontenibile passione per la scultura».

«Ah, ma allora siete voi l’artista italiano di cui mi hanno parlato! Complimenti, si dice che abbiate del talento».

«Siete gentile, ma non so davvero chi lo possa dire. Sto ancora cercando di scoprirlo io stesso, se ho del talento».

anna_akhmatova_1924-m_4712f«Modesto! Come mia moglie. Ci siamo appena sposati, sapete? Anche lei ha un grande genio per la poesia, ma non si presenta mai come poetessa. Eppure un giorno, neanche troppo lontano, sentirete parlare di lei, la grande Anna Achmatova!»

«Ne sono certo».

«E non è il suo unico talento. È anche una bravissima ballerina! Anzi, stavo appunto prendendo accordi con i musicisti per farla danzare. Vieni cara, non essere timida!»

Fu così che mi esibii nella mia specialità, “la danza del serpente”, sotto gli occhi stupiti e ammirati di tutti i presenti. Fingevo di guardare verso mio marito mentre contorcevo il corpo snello e avvitavo gli arti lunghi e flessuosi, ma erano i tuoi occhi che cercavo accanto a lui, e li vidi rapiti, come in estasi. Ballai per te, solo per te, in un crescente stato di eccitazione; avevo la certezza che fossimo rimasti solo noi due e mi sentivo bruciare ovunque.

«Allora, che ne dite?» ti chiese mio marito quando tornai da voi, dopo aver ricevuto il plauso generale.

«Incantato».

«Sei stata stupefacente, mia cara. Migliore del solito, se possibile. Oh, scusatemi ma ho visto un vecchio amico che voglio assolutamente salutare. Arrivederci, Modigliani! A domani». Ti strinse distrattamente la mano e si allontanò.

«A domani?» chiesi, stupita.

«Non vi dispiacerà rivedermi, spero». I tuoi occhi ridevano di nuovo, io mi trattenni a fatica, mordendomi le labbra.

«Anna Achmatova. Molto musicale, da poetessa».

«È vero solo a metà. Mio padre ha preteso che cambiassi cognome quando gli ho comunicato l’intenzione di pubblicare i miei componimenti».

«Ah, se ne pentirà amaramente quando diverrete famosa!»

«La vostra famiglia vi approva nella scelta di fare l’artista?»

«Quale scelta? Sono nato artista! L’arte è come la poesia. Non la scegli, ti possiede».

Non risposi. Vennero degli amici a cercarti, tesi la mano in segno di commiato. Tu l’hai presa tra le tue:

«Oh Anna, Anna. Non sempre si sceglie, a volte basta saper ascoltare. Ascolta il tuo cuore, Anna».

Hai portata la mia mano alle labbra indugiando in un bacio lento, prima di allontanarti. In quel lungo istante di intima vicinanza ho tuttavia compreso la verità che un giorno ci avrebbe divisi: tu tendevi a giustificare le tue azioni con la forza dell’irrazionale, io cercavo di motivare la mia vita con la dignità della ragione.

Vi eravate dati appuntamento, tu e mio marito, al cimitero des Batignolles, per visitare la tomba di Verlaine. Nikolaj mi scortò sino a Porte de Clichy, ma poi se ne andò per conto suo, per assolvere a uno dei suoi tanti impegni. Ti riconobbi da lontano, fumavi una sigaretta e ti eri annodato al collo un foulard rosso che risaltava sulla carnagione pallida. Non mostrasti stupore nel vedermi arrivare priva di accompagnatore all’ingresso del cimitero. Io mi sentii in dovere di giustificarmi:

«Nikolaj è già stato a Parigi altre volte. Conosce bene tutti i cimiteri». La voce iniziò a tradirmi mentre pronunciavo le ultime parole e restai muta.

Entrammo in silenzio, non osavo cercare i tuoi occhi. Mi limitavo a camminarti accanto, chiedendomi perché quella nostra vicinanza, senza la folla a farci scudo come la sera prima, mi avesse tolto la parola. Ogni tanto gettavi uno sguardo alle due rose rosse che mi ero appuntata tra i capelli, morbidamente raccolti e lasciati, per spudorata e vanitosa reazione ai tuoi complimenti, senza copricapo. Quel silenzio cominciava a imbarazzarmi; quando finalmente arrivammo alla tomba del poeta tu iniziasti a declamare, guardando i fiori nei miei capelli, con il volto solenne e sfacciatamente bello: «Le rose erano tutte rosse e l’edera tutta nera. Cara, ti muovi appena e rinascono le mie angosce. Il cielo era troppo azzurro troppo tenero, e il mare troppo verde, e l’aria troppo dolce. Io sempre temo – e me lo debbo aspettare! Qualche vostra fuga atroce…» La Poesia mi ha restituito la favella e, mentre tu prendevi fiato, ho continuato: «Dell’agrifoglio sono stanca, dalle foglie laccate, del lustro bosso e dei campi sterminati, e poi di ogni cosa, ahimè! Fuorché di voi».

«Magnifico Verlaine» hai detto, assorto. Poi ti sei scostato dalla lapide e ti sei seduto all’ombra di un ippocastano in fiore, appoggiandoti al tronco con le mani incrociate dietro la testa. Io sono rimasta in piedi e tu hai fatto scivolare gli occhi su di me, dal viso alle caviglie, ritrovando il sorriso impertinente:

«Se ti presentassi a Carrefour Vavin, al mercato delle modelle, i miei amici farebbero a gara per ritrarti!»

«Perché, non mi ritrai tu, invece?» ti ho chiesto, coraggiosa. «Posso posare per te, se vuoi»

Mi hai guardata sconcertato, mentre attendevo una risposta che non giunse. Hai cambiato argomento e mi hai chiesto:

«Come mai ti sei accontentata di sposare un uomo che non ami?»

Stupita, non risposi.

«Voglio dire, non mi sembri una che cerca marito a tutti i costi. Allora, perché non hai saputo aspettare l’amore?»

«Non ho mai creduto all’esistenza dell’amore».

«Cos’è? Mi prendi in giro?»

«No, non scherzo. Pensavo che l’amore fosse un’invenzione dei poeti. Che la passione trovasse realtà e motivazione solo nella Poesia».

«Oh, Anna. Credevi che la passione servisse solo per abbellire i versi! Che non potesse succedere nella vita reale! Tesoro, ti rendi conto, ora, di quanto ti sbagliavi?» hai alluso senza pudore a ciò che stava accadendo tra di noi.

«Conosci Leopardi? Sì, certo, lo so che lo adori: Oimè, se quest’è amor, com’ei travaglia! Ahi come mal mi governasti, amore! Perché seco dovea sì dolce affetto recar tanto desio, tanto dolore?»

Conoscevo a memoria le traduzioni in russo dei versi di Leopardi, ma non compresi una parola di quanto mi recitasti in italiano; il solo suono della tua voce profonda nella bellissima lingua natia fu sufficiente a farmi perdere ogni residuo di pudore. Mi avvicinai e ti offrii la mano, bramosa di un contatto più intimo. Ma, invece di attirami a te, ti sollevasti in piedi con un balzo, allegro come un bambino:

«Vieni, Anna. È ora che io ti mostri la Parigi che non hai mai visto!»

Nel quartiere di Batignolles mi conducesti per le vie e gli angoli più amati e immortalati dai pittori impressionisti. Passammo davanti al Café Guerbois dove, tra una discussione e una bevuta, Manet e i suoi amici avevano gettato le basi del loro movimento artistico; mi aspettavo di entrare a visitarlo, ma hai preferito condurmi sulla vicina collina di Montmartre. Volevi mostrarmi il tuo vecchio atelier e i luoghi in cui avevi vissuto appena arrivato a Parigi, prima di trasferirti a Montparnasse con tutti gli altri artisti.

Mi guidavi con l’orgoglio di un padrone di casa; invece di entrare nell’affollato bar della piazza sul poggio, hai preferito portarmi in un bistrot molto carino e di cui serbavi un buon ricordo. Ostentavi grande sicurezza e sembravi conoscere ogni piazza, ogni strada, ogni via secondaria. A un certo punto ebbi l’impressione che ti fossi perso in un labirinto di stradine, finché giungemmo ad un piccolo bar con le pareti color ocra e un arredamento piuttosto anonimo. Ancor oggi mi chiedo se fosse proprio quello il locale che cercavi, o piuttosto ti sei rassegnato a non trovarlo e hai finto con grande maestria che fossimo arrivati.

«Bene! Avevo proprio voglia di un buon caffè» ho esclamato, prendendo posto su una scomoda sedia di legno.

«Caffè? Ma che sei matta? Ti avrei portato fin qui solo per questo? Ho in mente ben altro!»

«Mi vuoi far bere vino a quest’ora?»

«E chi ha parlato di vino?»

«E cosa? Mica la grappa?» chiesi, preoccupata.

«Ma no, niente grappa. Tranquilla». Mi hai guardata dentro gli occhi, con malizia e insistenza, mi hai stordita come mezza bottiglia di grappa.

«No» hai ripetuto. «Qualcosa di molto peggio!»

Parlasti sottovoce col cameriere, ero piuttosto curiosa. È tornato con un vassoio, due bicchieri riempiti per un quarto di un liquore verde, una brocca d’acqua con ghiaccio, due cucchiai traforati e una zuccheriera. Ho scosso la testa.

«Non bevo Pernod. Niente liquori forti. Solo un po’ di vino, qualche volta».

Le mie parole non ti hanno raggiunto. Hai preso uno dei cucchiai forati e lo hai poggiato sul bordo di un bicchiere, vi hai messo sopra una zolletta di zucchero e poi hai versato l’acqua, lentamente, così che il verde del liquore si è sfumato dietro il vetro in pallide nuvole quasi gialle.

«Se non sei abituata, è meglio dolcificarlo le prime volte. Oggi lo berrò anch’io come il tuo, perché mi sei simpatica». Hai ripetuto sopra l’altro bicchiere gli stessi gesti esperti, muovendo con eleganza le tue mani affusolate, straordinariamente lisce e curate per un pittore. Avvertivo forte il desiderio che mi accarezzassi e, turbata, ho alzato lo sguardo.

Per uno strano riflesso della luce, nei tuoi occhi scurissimi percepivo bagliori di verde paglierino, come quello del liquore.

«Vuoi fare la poetessa senza bere la fata verde» mi hai preso in giro. «In quale altro modo pensi di poter diventare brava come Baudelaire?»

Presi coraggio e assaggiai l’assenzio.

«Dici che non riuscirò a scrivere dei bei versi senza ubriacarmi?»

«Ah no, no. Non scrivere mai mentre sei ubriaca» mi raccomandasti, prima di tirare due lunghi sorsi.

«Fai come me. Dipingo solo dopo. Aspetto che l’ebbrezza sia svanita».

«Allora, se bisogna attendere che la sbornia passi, a che serve bere? Tanto

vale restare sobri» dissi ingenuamente.

«No. Se resti sempre sobrio, vedi solo l’apparenza delle cose ed è inutile perderci tempo. Mentre sei ebbro arrivi a vedere la realtà, ma è pericoloso descriverla, perché è davvero mostruosa. Quando l’ebbrezza svanisce, conservi memoria della mostruosità, ma essa si sfuma e si ingentilisce come tutti i ricordi. È proprio allora che puoi dipingere o scrivere una poesia. In sostanza, i veri artisti non devono descrivere né l’apparenza né la realtà, ma solo il ricordo ingentilito del reale».

Non credetti a una sola parola del tuo discorso. Avevo bevuto il liquore e perso la lucidità; tuttavia se ciò che ora mi stava di fronte era la realtà, non vi scorgevo nulla di mostruoso, tutt’altro. Il velluto nero dei tuoi capelli si fondeva con quello della giacca, le tue labbra perfettamente disegnate mostravano la stessa morbida seduzione del foulard rosso e provai nei tuoi confronti uno slancio d’amore totale. Non c’era da attendere oltre, la mia poesia era già scritta.

Ci rivedemmo solo due volte prima della mia partenza, e sempre in presenza di altri. Una volta invitasti me e Nikolaj a vedere le tue opere, esposte al Salon des Indipendents. Ci aspettavi nell’atrio, fumavi con un tuo amico che ci presentasti come lo scrittore André Salmon. Tremavo e il mio cuore galoppava, impazzito di paura. E se i tuoi quadri non mi fossero piaciuti? Mi avevi mostrato tutto il tuo amore per la poesia italiana e francese, senza rivelarmi nulla della tua arte. E se fosse stata brutta? Cosa avrei fatto? Come avrei potuto conciliare il disprezzo verso l’artista con l’amore folle verso l’uomo?

Per fortuna rimasi folgorata anche dalla tua pittura: colori intensi e fluidi, tratti eleganti, e linee pulite ed eloquenti che non indugiavano nei dettagli, ma arrivavano dritte al cuore per comunicare l’essenza delle cose, anzi delle persone, poiché solo alle persone sembrava essere interessato il tuo occhio di artista. Uno dei sei quadri, “Il mendicante di Livorno” mi colpì in modo particolare e te lo indicai.

«Quello? Quello è solo un ricordo fugace, un istante fluttuante nella memoria» dicesti, quasi timido «Per questo mi sono ispirato a Cézanne. Ma Cézanne avrebbe saputo fare di meglio. Io non sono tanto bravo con il colore».

«Non mostratevi modesto solo per farvi bello con mia moglie!» intervenne Nikolaj. «Mi hanno detto che, al contrario, siete piuttosto vanitoso. E molto geloso della vostra arte!» Rideste tutti e due, per motivi diversi, poi lui aggiunse:

«E fate proprio bene a vantarvi! So che la critica vi sta acclamando. La vostra pittura inizia a riscuotere grandi successi. Continuate così!»

«Ho perso interesse per la pittura» rispondesti, distrattamente. «Voglio dedicarmi anima e corpo alla scultura».

In cuor mio ero certa che saresti diventato un grandissimo pittore. Ora che mi ero innamorata anche della tua arte, non potevo lasciare Parigi senza strappare a mio marito la promessa che saremmo ritornati l’anno seguente, e per un periodo più lungo. Te lo feci sapere nell’ultimo nostro incontro, in una festa a  La Rotonde. Ballammo insieme e lasciai scivolare nella tasca della tua giacca un biglietto con il mio indirizzo e l’invito a scrivermi.

Il tuo amico André mi salutò con queste parole: «Madame, abbiate cura di voi. Ricordate che l’assenza è come l’acqua: diluisce il colore».

André non sapeva che l’acqua sbiadisce tutti i colori, persino il verde dell’assenzio, ma non intacca il colore del sentimento. L’acqua, tra tutti gli elementi naturali, è quello più vicino e favorevole alla donna e all’amore. Questo pensavo nelle mie lunghe passeggiate a San Pietroburgo, contemplando le onde scure della Neva. L’acqua protegge, culla, intensifica il contatto. Riempie i vuoti. E, fluida e avvolgente al pari dell’acqua, anche l’assenza culla e accresce il sentimento. Soprattutto quando essa straripa di parole. Mai fu inventato mezzo più potente della parola scritta, se sapientemente usata, per arrivare al più intimo dei contatti, quello delle anime. Mai altro mezzo più efficace di un amoroso carteggio per accendere i cuori. Nikolaj Gumilëv non osò aprire le mie lettere, non mancò di rispetto alla mia libertà di intrattenere una corrispondenza privata. Imparai a chiamarti Dedo, alla maniera dei Livornesi. Caro Dedo… Con quale emozione iniziavo le mie missive, nello stesso modo di tua madre e tua sorella! E quando non ero intenta a scriverti lettere, componevo poesie, sempre e unicamente per te. Era come se all’improvviso non potessi più tenere la bocca chiusa, sgorgavano fiumi di parole dalla fonte della mia essenza di donna rinata alla vita e alla passione.

Poteva Beatrice creare come Dante, o Laura cantare il fuoco dell’amore? Io ho insegnato alle donne a parlare… mio dio, ma come obbligarle a tacere?

Passarono i lunghi mesi dell’assenza, passò il glaciale inverno russo e tornò la primavera. Giunse infine il momento della riunione. Due giorni prima della nostra partenza da Pietroburgo, Nikolaj si dichiarò dispiaciuto per il fatto di dovermi lasciare spesso e a lungo da sola nell’appartamento preso in affitto a Parigi, i suoi impegni di lavoro e di ricerca lo chiamavano in giro per l’Europa.

Parigi – 1911

Europa Europe Frankreich France Paris Champs Elysees Elysees Arc de TriompheGià a Parigi da tre giorni, non ti avevo ancora cercato. Tu sapevi che c’ero, ma non ti eri fatto vivo. Penso che il nostro rapporto epistolare ci avesse fatto raggiungere tali vette di felicità e magia che entrambi, pur desiderando elevarci ad altezze ben più celestiali, rimandassimo l’incontro per paura di sbreccare quel prezioso equilibrio e di precipitare giù. Ci incontrammo per caso, sul Lungosenna Voltaire. Il sole pomeridiano disegnava onde di luce dorata sui tuoi ricci neri e ribelli. Mi accorsi subito che stavi male, la tua bellezza era una veste emaciata e pallida che sembrava coprire pungenti sofferenze, tanto che guardarti faceva struggere il cuore. Mi hai stretto entrambe le mani tra le tue:

«Anna, di nuovo a Parigi! E questa volta non sei in luna di miele».

«Dici davvero? Eppure speravo proprio di sì…»

L’ho detto, sfacciata e audace, cercando di provocare la tua adorabile risata. Ma tu non hai riso, mi hai baciata. Non aveva nulla della tenerezza e del pudore di un primo bacio tra due novelli innamorati: era un bacio infiammato e prepotente come tra due amanti che già si appartengono.

«Andiamo a casa» ti ho implorato.

Fu tutta una corsa, tenendoci per mano, sorridendoci, evitando soste e altri baci, nella fretta di arrivare. Entrai per la prima volta nel tuo atelier e non mi guardai neanche intorno, nei miei occhi lo spazio era tutto occupato da te e dal tuo sorriso. Abbiamo ripreso il bacio interrotto, continuando a baciarci fino ad arrivare al grande letto. Così pressante era l’urgenza di fonderci insieme che non ci siamo neanche spogliati completamente. Solo dopo, lenito il bruciante desiderio di donarci l’uno all’altra, ti sei liberato dei vestiti e io ho appoggiato la testa sul tuo torace magro, ma caldo e accogliente come una culla. Hai iniziato a spogliarmi lentamente, quasi con timore. Quando mi sono adagiata, nuda, sulla trapunta porpora, mi hai contemplata per alcuni istanti e poi hai chiuso gli occhi. Per un attimo ho avuto paura di non piacerti, ma ho sentito subito le tue mani e mi sono rilassata: hai percorso tutto il mio corpo, delicatamente, quasi volessi accertarti di non lasciare scoperto dal tuo tocco neanche un millimetro della mia carne. Ero lieta che, ormai sazia di piacere, potessi ricevere le tue carezze serenamente e senza affanno. Ma il vero significato dei tuoi gesti mi era oscuro, lo avrei appreso solo in seguito: stavi studiando il mio corpo, lo stavi imparando a memoria come una poesia.

Mossi leggermente la testa e mi accorsi che le pareti erano tappezzate con stampe delle opere di Botticelli, Filippino Lippi, Lorenzo Lotto. Ecco come doveva essere il Paradiso: tanta bellezza intorno e le tue mani amorose!

Iniziò così la stagione perfetta della mia vita. Il Giardino del Luxembourg divenne uno dei nostri luoghi più amati. La fuggevole bellezza delle rose e il loro suggestivo profumo offrivano la più degna cornice alla poesia di Verlaine. Non ci stupivamo neanche più di ricordarci gli stessi versi, e li recitavamo insieme, come condividendo un segreto codice. Se iniziava a piovere, ti trascinavo a casa a fatica: adoravi restare ad annusare la terra e le piante bagnate. Ma ero preoccupata per la tua tosse, sempre più insistente.

André, l’unico al corrente della nostra relazione, mi implorò di convincerti a cambiare vita. Ma potevo forse dirti che le tue sregolatezze e la cieca passione per l’arte avrebbero potuto costarti care? Era ovvio che tu lo sapessi! Ti avrei mai potuto chiedere di farla finita con la scultura? Era il primo ideale della tua vita!

«Questa cosa mi ucciderà» ammettevi circondato da nuvole di polvere calcarea, il torace sconquassato dagli attacchi respiratori.

Provai, timidamente, a suggerirti di cambiare tecnica, di usare materiali come la cera o la creta per modellare il metallo fuso.

«Ma per chi mi hai preso? Per Rodin? Io non sono francese, mia cara. Vengo dalla terra di Michelangelo! Scolpire significa rompere con il martello, cesellare, tagliare via il superfluo per liberare la figura nascosta. Non dire sciocchezze, Anna. Finché potrò, andrò avanti alla maniera classica. E quando non potrò più, mi rassegnerò a fare il pittore».

In realtà continuavi a dipingere, velocissimo e preciso nei ritratti a olio con cui ti guadagnavi da vivere. Passavi ore a riprodurre disegni di dee africane, con i colli lunghissimi e gli occhi a mandorla. Eri ossessionato dai volti e dai corpi che disegnavi in un modo singolare, semplificando al massimo tratti e linee: forse, come dal blocco di pietra, volevi togliere il superfluo dall’involucro umano per giungere alla forma più nascosta, quella che coincideva con l’anima. Scoprii una piccola collezione di nudi di una sensualità accentuata, non ti chiesi mai delle modelle. Una mattina, mentre lavoravi, mi spogliai e mi parai, nuda, di fronte a te.

«Anna, che fai?» Ti venne da ridere, fraintendendo il mio gesto. «Adesso no. Devo finire questo lavoro».

«Ma è proprio di lavorare che ti chiedo. Fammi il ritratto, Dedo!»

«Sei diventata matta?» urlasti, per la prima volta arrabbiato con me. «Sei una poetessa, Anna. Non una modella!»

Mi voltai e mi allontanai, profondamente ferita. Hai lasciato il tuo lavoro e mi hai raggiunta subito per abbracciarmi, asciugando le mie lacrime con infinita dolcezza.

«Aspetta qui, aspettami un attimo» hai sussurrato.

Sei tornato con un rotolo di fogli e mi hai mostrato un disegno dopo l’altro. «Eccoti. Pensavi davvero che avessi bisogno di tenerti immobile come un manichino? Non lo sai che ti conosco a memoria?»

Ho riconosciuto il mio viso e il mio corpo, colti nel momento del riposo o nelle pose più lascive.

anna_achmatova_13«Guardale!» mi hai ingiunto mostrandomi le mani. «Ti recitano. Ti recitano sempre. Per le mie mani il tuo corpo è una poesia di Verlaine».

«Posso tenerli?» ti chiesi con le lacrime agli occhi, alludendo ai disegni.

«Ho paura che tu prima o poi li distrugga, come gli altri tuoi lavori».

«Prendili. Sono tuoi. Anche tutti gli altri che ti farò».

«Ma mi farai un giorno un vero ritratto a olio?»

«Stanne certa. Solo che non hai bisogno di posare per me».

«Sì, adesso ho capito perché».

«C’è anche un altro motivo per cui non puoi farmi da modella…» Il tuo volto s’illuminò di quel riso malizioso e irresistibile: «Pretendi di startene nuda davanti a me e che io resti lì, buono buono, a lavorare?»

Mi hai sollevata tra le braccia e, ridendo, siamo atterrati sulla trapunta porpora. Quanto può durare la perfezione? Quanto durò l’allegria delle sere in cui venivi da me e, con l’amore di una madre, ti imbandivo banchetti da principe per evitare che tu vivessi di vino e sigarette? Quanto durò il piacere puro della perfetta aderenza dei corpi nelle notti in cui la vita sembrava bella e semplice, e la mia unica preoccupazione era quella di rimboccarti il lenzuolo per non farti prendere freddo? Quanto durò la fragranza delle mattine, quando entravo nell’atelier con i croissants e il pane fresco e tu, nel cortiletto, interrompevi il rumoroso lavoro del martello per venire a preparare il caffè? Quanto durò la dolce melodia dei nostri pomeriggi al Giardino del Luxembourg? Quanto tempo può durare la perfezione? Di certo non più a lungo del fuggevole profumo delle rose di una stagione. Sfioriva la perfezione e germinava l’ansia del distacco, iniziavo a soffrire per la paura delle future pene. Udendo di persone che si sono suicidate alla notizia di una malattia fatale, mi è sempre rimasto oscuro il vero significato di quel gesto. Darsi la morte per paura della morte può sembrare un’assurda ridondanza. Eppure, così volli scrivere gli ultimi versi della nostra poesia.

Strinsi le mani sotto il velo scuro… “Perché oggi sei pallida?” Perché d’agra tristezza

l’ho abbeverato fino ad ubriacarlo.

Come dimenticare? Uscì vacillando, sulla bocca una smorfia di dolore… Corsi senza sfiorare la ringhiera, corsi dietro di lui fino al portone. Soffocando, gridai: “È stato tutto uno scherzo. Muoio se te ne vai”. Lui sorrise calmo, crudele

e mi disse: “Non startene al vento.”

Quella sera, per riceverti, mi ero messa sulla testa lo stesso velo color della notte che indossavo al nostro primo incontro. Lo hai riconosciuto e sei rimasto muto. Io invece ho iniziato a vomitare un fiume di parole senza senso.

«Dedo, voglio finirla qui. Sì, hai capito bene, non voglio vederti più. Intendo ricordare così il nostro amore: intenso, fresco, avvolgente, immacolato. Morirei se si dovesse macchiare di orrore e di meschinità. No, non mi interrompere, ti prego. È così che va tutto, Dedo. È così che deve andare. Voglio preservare dentro il mio cuore la bellezza perfetta della rosa che qui fuori, nel giardino della vita, è destinata ad appassire. No, non sono matta. Ti prego, non rendermi tutto più complicato. Lasciamoci, adesso che ancora ci amiamo!»

Ti sei allontanato dalle mie parole, ti ho visto perdere l’equilibrio e ho avuto paura che cadessi. Mi sono pentita subito, con pungolante amarezza, nel vedere le contrazioni del dolore sul tuo bel viso. Ti sei ripreso con prontezza, mi sei venuto vicino e scostando il velo dalla fronte vi hai posato un bacio.

«Anna, ti amo. Abbi cura di te». E te ne sei andato.

Pietrificata dall’orrore, mentre realizzavo l’irreversibilità della mia azione, ho compreso che avrei voluto da te il contrario di ciò che ti avevo chiesto. Calpestando il mio orgoglio ti ho rincorso, sono uscita sul balconcino, eri già per le scale. Si è alzato un vento gelido e ho stretto le braccia sotto il velo:

«Dedo, non andartene. Non era vero niente. Se mi lasci, muoio!»

Tu mi hai guardata, con la calma e la crudele bellezza di un Antinoo scolpito nel marmo: «Addio, Anna. Rientra in casa, non stare al vento».

Così avevo voluto scrivere il finale della nostra poesia: vittima di un atroce destino che mi rese spietata. Che ossimoro!

Pietrogrado – gennaio 1920

leningrado1Con la testa reclinata sul sofà, contemplo il mio quadro. Il mio ritratto, quello che avevi promesso di farmi e che mi hai spedito successivamente, dopo la nostra separazione. Volodja non osa dire nulla contro quel corpo grondante d’amore e di sensualità, finge di non riconoscermi. Tutti i disegni che mi regalasti a Parigi me li hanno portati via le tempeste della mostruosa stupidità umana: prima la Grande Guerra e poi la rivoluzione. Questo l’ho custodito gelosamente come un figlio, è la prima cosa che ho sempre avuto cura di portare con me durante i numerosi traslochi; il quadro e il biglietto che lo accompagnava, due versi di Leopardi nella tua elegante calligrafia: Vive quel foco ancor, vive l’affetto/Spira nel pensier mio la bella imago.

La mia immagine ti perseguitava, mi scrisse André, il mio corpo era in tutti i tuoi lavori nel periodo che precedette la Grande Guerra. Siete diventata la sua ossessione, vi vede ovunque. Non mangia quasi più. Beve, fuma e anche peggio. Se continua così, non vivrà a lungo. Vi prego fatevi sentire. Siete la sua dea, vi mette in tutte le sue opere: voi siete tutte le Cariatidi, quelle bianche, quelle rosse e quelle nere. Siete voi la Mademoiselle grain de café!

Tu mi dipingevi e io rispondevo con le mie più intense poesie d’amore.

Nessuna donna saprà cullarti come io ti celebro nei miei versi: non scordare la tua cara amica

nell’Eden che hai creato per i suoi occhi, per me che spaccio una merce rarissima e vendo il tuo tenerissimo amore.

Chissà, se non fossimo rimasti immobilizzati dalle tragedie che hanno sconvolto il nostro Tempo, chissà se ci saremmo riuniti. Mi decido ad alzarmi dal divano e torno in cucina. Il telegramma è ancora lì, sul tavolo accanto al vassoio delle crêpes ormai flosce. Mi siedo e lo apro: Modì morto-André. Ah, quanto detesto che ti chiamino “Modì”, come Maudit!

«Perché ti dispiace?» mi chiedesti un sera: «Perché non sei contenta che mi paragonino ai tuoi poeti maudits

«Perché sono morti tutti giovani» ti confessai con un fil di voce.

«Mia cara, la vita è un luogo di villeggiatura. Nessuno sa quanto durerà il proprio soggiorno».

Il tuo soggiorno in questa vita è stato breve, amore mio, penso mentre finalmente le lacrime giungono a bagnare il mio dolore, quel dolore che mi stringe la gola da stanotte, da quando in sogno sei venuto a dirmi che eri morto. Vederlo scritto mi ha aiutata a piangere. Per fortuna VolodJa non ha bruciato il telegramma, avevo bisogno di piangere.

Quell’ingenuo di Volodja, non è geloso di un annuncio di morte! Teme una dichiarazione d’amore, ma non teme la morte, come se non potesse cambiare nulla. Crede che un amante morto non possa sconvolgere l’assetto tranquillo di una vita. Volodja non sa, amore mio, quanto può essere eversiva una morte che riaccende il sogno dell’amore e di una lontana libertà.

Stella Stollo

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Un commento su ““Non startene al vento” – Racconto di Stella Stollo

  1. Nadia Bertolani
    14 dicembre 2014

    La dimensione storica, la poetica e quella figurativa si amalgamano felicemente. La scrittura di Stella Stollo è piena di grazia, la sua sensibilità è accesa, il suo rigore documentaristico è di tutto rispetto. Un racconto di grande fascino.

    Mi piace

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Questa voce è stata pubblicata il 13 dicembre 2014 da in Stella Stollo con tag , , , , , , , , .
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