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Rectify


Come le conseguenze dell’essere scampato al braccio della morte si riverberano su sé stessi, e sulle persone circostanti

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“Rectify” è una serie TV drama a connotato giudiziario mandato in onda a partire dal 22 aprile 2013 su Sundance TV (Stati Uniti).

Daniel Holden (Aden Young) viene rilasciato dopo aver trascorso 19 anni nel braccio della morte di una prigione federale dello Stato della Georgia.

La prova del DNA effettuato sullo sperma rinvenuto sul corpo della vittima 16enne di un omicidio avvenuto nel 1994, la sua ex-fidanzatina Hanna Dean, lo scagiona dall’accusa di stupro, e fa seriamente vacillare anche l’accusa che lo designa come assassino della minorenne.

Una volta scarcerato, in attesa della revisione del processo che modifichi i capi di imputazione a suo carico, Daniel torna a vivere nella casa di famiglia a Paulie, dove le reazioni al suo ritorno sono contrastanti: all’entusiasmo della sorella Amantha (Abigail Spencer) si contrappone la malcelata ostilità del fratellastro Ted Talbot Jr. (Clayne Crawford), convinto della sua colpevolezza, mentre la madre Janet (J. Smith-Cameron) e il fratellino Jared (Jake Austin Walker) con lo scorrere delle puntate sormontano le piccole difficoltà e gli inconsci turbamenti da cui vengono pervasi nell’immediatezza del rilascio di Daniel.

Nella prima stagione si viene perciò immersi nel riadattamento alla vita in società di Daniel, non privo di ostacoli: Paulie è una città piccola, dove tutti si conoscono e soprattutto, dove è impossibile “nascondersi” o invocare la privacy per una persona la cui macabra notorietà è rimasta intatta nel corso degli anni.

La mente di Daniel attua perciò un meccanismo di difesa e autoconservazione, estraniandosi dal contesto che lo circonda: dapprima si isola nella sua camera da letto e passa intere giornate senza interagire con gli altri membri della famiglia, poi lo si vede passeggiare o abbozzare il disbrigo di qualche commissione con uno sguardo a volte catatonico, più spesso impertubabile, e parlando con un tono di voce sbiascicato, dalla cantilena tipica del meridione statunitense.

enhanced-10510-1402683540-1L’inalterabilità di Daniel è colta, “alta”, di una persona ormai disavvezza al quotidiano e che ha approfittato della sospensione del tempo causata dall’interminabile prigionia per elevare i suoi strumenti intellettuali, tramite la musica raffinata e la letteratura impegnata: la sua aria smarrita, incredula e serafica fa da contraltare al panico e agli imbarazzi difficilmente dissimulati che colgono gli abitanti di Paulie quando si imbattono in lui, vuoi perché percepiscono la sua presenza fisica come disturbante, vuoi perché si insinua in loro lo scomodo dubbio della sua non-colpevolezza, dopo lustri di esecuzione di una scombinata sentenza che in tal senso li aveva rassicurati.

Daniel, come dice sua mamma, è un uomo “rotto”, sospeso fra un’età biologica adulta e una psiche in buona parte regredita all’età post-adolescienzale, che compie azioni catalogabili come “strane” ma quasi sempre innocue: inoltre, è un uomo pacato, taciturno, persino timido nelle richieste che inoltra ai suoi cari, sfasato nel contatto fisico con gli altri (gli abbracci che elargisce risultano a seconda dei casi fuoriluogo, impacciati o troppo vigorosi) ed è bello, maledettamente affascinante, con un portamento molto elegante (ricorda il caso di Jeremy Meeks, nella vita reale) soprattutto se comparato all’estetica e ai modi di fare rozzi e sempliciotti degli altri abitanti di Paulie.

Alcune scene che mostrano il protagonista rimettere assieme i cocci della sua vita passata sono struggenti; ad esempio, quando si rinchiude nella mansarda e, indossando un vecchio abito da lavoro del papà (deceduto mentre Daniel era in prigione), prende il walkman che usava vent’anni prima, cambia le pile e balla sulle note delle vecchie musicassette, prima di sedersi e affliggersi ascoltando la “Daniel Holden Mix” che gli aveva dedicato, con voce suadente, l’innamoratissima Hanna: oppure ancora, quando recupera uno di quegli ingombranti joystick molto in voga negli anni Novanta e, recandosi in camera da letto, torna a cimentarsi nelle sfide a Supermario sullo schermo della TV nuova fornitagli dalla famiglia.

rectify_post_560La fittizia Paulie (la serie TV è stata girata a Griffin, contea di Spalding, Georgia) è una cittadina dalla vegetazione rigogliosa, con una tonalità intensa di verde e con frasche lussureggianti, la cui vita scorre placida esattamente come le acque del fiume vicino al quale è stato trovato il cadavere di Hanna: l’estrema lentezza dei ritmi della narrazione risulta perciò in completa armonia tanto con le caratteristiche geomorfologiche del territorio di Paulie, quanto coi graduali progressi del percorso di reinserimento di Daniel.

Alcuni dettagli presenti all’interno della serie TV sono autentiche perle di cultura telefilmica: ad esempio, come viene resa la fascinazione del male e il “fangirlismo” che attrae un criminale seducente (anche in Italia abbiamo avuto un caso di simile sociologia delirante, nella persona di Renato Vallanzasca), oppure il ruolo di subordinazione muliebre nei confronti dell’uomo che permea ancora buona parte dei sostrati sociali nel Sud degli Stati Uniti, subordinazione che, per quanto a livello inconscio, è agita, respirata, elaborata prima ancora che subita. Non a caso, le uniche due donne davvero emancipate (la nuova PM nera del caso, Sondra, e la direttrice del centro commerciale dove lavora Amantha, Winny) vengono mostrate sempre in abiti o in divisa da lavoro e, nel caso di Sondra, persino con un taglio di capelli marcatamente mascolino.

Anche l’arretratezza economica di Paulie viene delineata molto bene, con alcune minuzie visive e recitative di pregevole fattura, come la cronica mancanza di clienti presso il negozio di pneumatici dove lavorano il patrigno, Ted Talbot Sr. (Bruce McKinnon) e il fratellastro di Daniel Ted Talbot Jr., oppure il parcheggio semi-deserto del centro commerciale dove lavora Amantha, oppure ancora la battuta sull’obesità come maggior business dell’economia americana.

rectify_ep1_535x320Alcune scene in prigione (rese con l’azzeccata tecnica narrativa del flashback) sono sublimi, a partire dalla relazione che si instaura fra il protagonista e il prigioniero della cella adiacente Kerwin Whitman (Johnny Ray Gill), rapporto che nella mente di Daniel si trasferisce dal mondo reale al piano prettamente onirico, fra l’ultimo periodo di detenzione e il primo periodo di libertà di cui usufruisce; le riprese dall’alto, che inquadrano Daniel e Kerwin nei rispettivi stambugi, rappresentano un altro gioiello registico sopraffino, rendendo palese il contrasto fra simmetria degli spazi fisici e asimmetria delle azioni compiute, dei discorsi e dei silenzi che intercorrono fra i due reclusi, ovvero della disposizione dei libri, delle pantofole e dei pochi altri ammennicoli concessi ai “dead men walking”.

Le pecche principali di Rectify sono due: la prima, è quella di non aver reso più palpabile la presenza di Hanna Dean all’interno della vita del protagonista e dei suoi compagni di sventura postpuberale (altrettanto devastati psicologicamente dalla vicenda, a distanza di quattro lustri). A differenza di Rosie Larsen in The Killing o di Laura Palmer in Twin Peaks, ragazze di cui viene mostrato esplicitamente il martirio corporale nell’atto e/o nelle conseguenze, l’ex morosa di Daniel rimane eterea, astratta, quasi un gagliardetto da esibire per qualche sfuggevole secondo nelle fotografie del fascicolo della polizia o nei rari fotogrammi ambientati nella sua cameretta adolescenziale: risulta perciò troppo ampia la scollatura fra totale intangibilità della persona che è stata Hanna e strascichi perniciosi provocati dalla sua morte ancora dopo due decenni.

L’altro difetto risiede proprio nell’abnorme lentezza dei ritmi narrativi, di cui la serie TV ha fatto una cifra stilistica consapevole, ma che a volte portano lo spettatore allo stremo e all’esasperazione: il culmine di questa tendenza viene raggiunto in una puntata della seconda stagione, quando su una cronologia di 44 minuti ne vengono dedicati ben sedici (quelli finali) a un arco narrativo secondario riguardante Ted Talbot Jr. e sua moglie Tawney (Adelaide Clemens), sottotrama fra l’altro scarsamente decisiva in rapporto al canovaccio complessivo.

La prima stagione, andata in onda nel 2013, consta di sei episodi, mentre la seconda, trasmessa negli USA nell’estate del 2014, annovera dieci episodi. È prevista una terza stagione nel 2015, per ulteriori sei puntate.

Titolo originale: Rectify

Genere: drammatico – giudiziario – gotico “southern”

Canale di trasmissione: Sundance TV

Ideatori: Ray McKinnon

Produzione: Ray McKinnon, Melissa Bernstein, Mark Johnson, Don Kurt

Attrici/attori principali: Aden Young, Abigail Spencer, J. Smith-Cameron, Adelaide Clemens, Clayne Crawford, Luke Kirby, Bruce McKinnon, Jake Austin Walker, Sean Bridgers, Jayson Warner Smith, Johnny Ray Gill, Micheal O’Neill, Hal Holbrook, Stuart Greer, J. D. Evermore

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Questa voce è stata pubblicata il 10 dicembre 2014 da in Fuori Serie con tag , , , , .
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